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Striscia la Triennale e il Gabibbo diventa arte

Ci saranno cento tapiri d'autore. Le voci dicono che verranno messi all'asta, prima però se ne staranno raggruppati a dieci a dieci, ogni gruppo su un piedistallo cubico, per i quindici giorni che durerà la celebrazione dei vent'anni di Striscia la notizia alla Triennale di Milano (titolo-calambour: Venti di Striscia, periodo: dal 10 al 25 novembre prossimo). Benché ieri le agenzie abbiano battuto l'annuncio della mostra, e i giornali abbiano quindi drizzato le orecchie, al dunque si scopre che tutta la faccenda è ancora avvolta nel mistero, che per i dettagli bisognerà aspettare. Che cosa? Il là di Antonio Ricci, presumibilmente. Ma intanto viene osservata la consegna del silenzio. O quasi. Prendiamo la faccenda dei tapiri. Gruppi di dieci, s'è detto, ciascun gruppo affidato a un famoso designer cui è stato chiesto di "reinterpretare" l'indiscreto animale. Proviamo a chiedere a Pierluigi Cerri come se l'è cavata, cos'ha fatto. Cerri: "Mi hanno detto di non dirlo". Perché? "Non ne ho la minima idea". Invece gliene viene una: "Se si sa subito, poi nessuno ride" Andiamo a sfrugugliare Italo Rota: "Come saranno i suoi tapiri?". Rota: "Niente descrizioni, ho promesso". Ma andiamo? "Posso dirle solo che mi sono divertito. E che ho dato un'occhiata ai lavori degli altri. Alcuni meravigliosi. Ben pensati, ben costruiti. C'è voluto tempo. I tapiri originali ci sono arrivati in studio prima dell'estate. Un problema che abbiamo avuto tutti è stato proteggerli dai furti. Il tapiro è un oggetto di desiderio". Quelli che lo ricevono si imbufaliscono, però. "Mah, sarà vero?". Oltre a Rota e a Cerri, hanno tapireggiato Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Piero Lissoni, Alessandro Mendini, Mario Piazza, Denis Santachiara, James Jarvis, Ian Stevenson. Ha invece rifiutato di collaborare Fabio Novembre. Il motivo? "Semplicissimo. Sono uno che non guarda la tv. Dunque non posso essere un apprezzatore di tapiri e di strisce. Motivi politici? Macché. Non so neppure se Striscia sia considerata di destra o di sinistra. Io, personalmente, sono di sinistra, ma forse è più politico dire che non si guarda la tv che dire d'essere di destra o di sinistra, non crede?". Mentre alla Triennale "sono ancora lì che mettono a punto un comunicato ufficiale", Margherita Palli, la grande scenografa ronconiana e non solo, chiamata ad allestire l'involucro - sì, l'involucro - della mostra, è restia a entrare nei dettagli: "Ho fatto una cosa da festeggiamento, non l'ho fatta da sola, l'ho fatta seguendo delle indicazioni, stiamo ancora lavorando?". Palli è un osso duro, ma a poco a poco qualcosa viene fuori: "Nel giardino della Triennale ci sarà questa grande tensostruttura disseminata di 4000 monitor, tanti quanti le puntate di Striscia fino a oggi, in ogni monitor un frammento di puntata, dalla prima all'ultima. Il pubblico ci deve camminare dentro, sollecitato dai continui rimandi... Ho fatto un'installazione dove ricorrono i segni tipici della trasmissione, le nubi, le onde, le scritte dietro la postazione dei conduttori, i colori forti, l'oro del tapiro, il rosso del Gabibbo. In rilievo, in tre dimensioni, macroscopizzati, diffusi, vivaci. Un'installazione pop, esaltata dalla grafica di Giorgio Camuffo, abbiamo lavorato in tandem?". Ci sarà un video-box per raccogliere le testimonianze dei visitatori, che si vedranno replicati in diretta nell'allestimento e riproposti in trasmissione, informa il breve comunicato redatto finora. Ci sarà un prolungamento telematico della mostra in rete, con possibilità di interazioni. Ci sarà un grande catalogo edito da Electa a cura dello Studio Camuffo. Verranno proiettate, pare sulle pareti d'ingresso del Palazzo della Triennale, dieci puntate scelte tra le più dirompenti, "Le dieci strisce che sconvolsero il video", tanto per parodiare il libro di John Reed. Insomma, una cosa in grande. Se pensate che dietro ci sia la longa manus di Antonio Ricci e della sua potenza mediatica, Davide Rampello, presidente della Triennale, vi risponde di no. "L'idea è mia - s'inorgoglisce- Trovo doveroso che la Triennale celebri la trasmissione di inchiesta più popolare d'Italia. Che ha attuato in tv una sortadi reinvenzione del teatro dell'arte". Come faceva a sapere che correva il ventennale di Striscia? "Sono amico da una vita di Antonio Ricci, da quando era l'autore delle trasmissioni di Gigi Sabani, di Beppe Grillo. Da quando faceva Drive In. Io vengo dalla televisione, non se lo scordi, ho fatto l'autore e il regista prima in Rai poi in Mediaset". Un'esperienza importante perché "nel Dna della Triennale c'è anche tutto quello che attiene al mondo audiovisivo, dunque la televisione ne è intrinsecamente parte". E Ricci, che ne pensa? Vuol fare una dichiarazione, per favore? No, non la vuole fare. Non ancora. Nel suo Dna c'è il gusto della sorpresa. Se no, poi, non si ride. (Maria Giulia Minetti/La Stampa, 6 ottobre 2007) 

Che vita sarebbe senza velina?
Premi, lodi, complimenti. Il programma più cattivo della tv compie vent'anni e riceve gli onori dei personaggi di spicco del piccolo schermo. Con le sue veline, con i suoi odiatiamati tapiri, con le sue coppie di conduttori fuori di testa, Ricci può festeggiare alla grande. I signori dell'informazione gli attribuiscono meriti fondamentali e Renzo Arbore, gran padre dell'innovazione televisiva, riconosce: "A Ricci si devono molte benemerenze, innanzitutto l'aver introdotto per primo la pratica dell'andare a rompere le uova nel paniere dei malfattori. Il suo programma si alimenta di attualità e quindi non teme l'invecchiamento, l'unico rischio potrebbe essere la banalità della vita normale, ma il quotidiano è talmente vivo e vivace che non vedo ostacoli a un futuro felice, al massimo qualche cantonata ogni tanto". Giovanni Minoli va indietro nel tempo: "Ricordo quando nacque il Tg5, dissi subito che il vero concorrente non sarebbe stato il Tg1, ma il programma di Ricci, capace di fare informazione di denuncia condita con ironia. A vent'anni di distanza confermo la profezia. Ricci è un grande informatore al servizio del pubblico, gli darei il Premio Guidarello per il giornalismo d'autore". Il direttore del Tg1 Gianni Riotta fa parte della giuria che assegna il riconoscimento "E' giornalismo" e, già a suo tempo, sostenne il lavoro di Ricci: "Striscia è andata a frugare dove gli altri non erano mai andati". Però adesso, fa notare Riotta, la situazione è cambiata: "Con gli auguri di buon compleanno faccio anche una domanda: ?che cosa farete adesso che l'innovazione ha coinvolto tutti, perfino il Tg1? Se i rivoluzionari non rompono il ghiaccio, noi riformisti che cosa facciamo? Comunque lunga vita a Striscia e una raccomandazione, non abolite le veline, sennò noi che guardiamo?". Secondo Gad Lerner Ricci e compagni "hanno messo in imbarazzo il giornalismo tv e le sue reticenze, con il merito di creare un meccanismo di feedback con gli spettatori". Un unico dubbio: "Dentro Striscia anche le analisi più spietate si risolvono in risata. Voglio dire che questa grande intelligenza umoristica presenta un fondo di cinismo, che per mantenersi forte il programma ha bisogno di iniettare dosi sempre più alte di cattiveria. Con un rischio, e cioè che il pubblico finisca anestetizzato dal disincanto". Nella memoria di Gianfranco Funari c'è un'immagine molto viva: "Vidi per la prima volta Ricci al Derby di Milano, aveva in mano un pappagallo per fare la pipì, disse che non stava facendo Portobello e io pensai subito che avrebbe fatto molta strada". La cosa che fa più ridere Funari è l'ironia sull'ex-premier Berlusconi: "Loro lo prendono in giro, lui s'incazza a morte, ma non può dire niente perchè quelli di Striscia sono campioni delle sue tv. Quanti politici hanno beccato con il sorcio morto in bocca! Io gli darei il Funarino d'oro". Su Davide Parenti, autore delle Iene, pesa il complesso degli epigoni: "Ricci è il nostro maestro, il nostro guru di riferimento, siamo nati nella sua scia, ma poi siamo andati oltre, inventando molte cose e costruendo una nostra autonomia. Faccio un paragone, Vasco Rossi è partito dal rock, ma poi è diventato Vasco Rossi, anche noi non abbiamo inventato il rock, però facciamo un rock tutto nostro". Per Federica Sciarelli, cresciuta nella terza rete dei tempi d'oro, Ricci ha meriti, ma anche debiti: "Nel suo programma la protesta del cittadino trova la sede ideale, l'approccio è diverso, ma quando vedo quelli di Striscia che vanno a sfottere la gente mi viene in mente Chiambretti e quando assisto a certe denunce penso a Mi manda Raitre". (Fulvia Caprara/La Stampa, 6 ottobre 2007)

Da un'idea della classe di webdesign anno 07-08 dell'Istituto italiano di Design - Perugia