NEWS
Ultime notizie
"Non foglia, ma fico"

E' il più noto personaggio della televisione che non va mai in televisione ("me ne astengo per motivi religiosi"). Eppure quella di Ricci è una presenza incombente, quasi palpabile nei programmi che orchestra per Mediaset. Ed è uno dei nomi più temuti, dentro e fuori gli studi del Biscione. Perché con Striscia la notizia, Paperissima, Cultura Moderna e succedanei garantisce un pregiato malloppo di ascolti a Publitalia; perché è riuscito a costruire intorno a sé più che un team, un clan di autori, inviati e conduttori, sempre fedele alla linea del capo ("no, non siamo una factory, al massimo una fattoria degli animali o una bottega artigiana"); perché quando deve difendere se stesso o i suoi programmi è capace di esprimere un'aggressività - scontro con Bonolis docet - ai limiti della ferocia ("sono solo maschere: ballon d'essai"). Con questa sua presenza-assenza, in una tv che ha eletto l'esibizionismo a prassi, Ricci pare sottolineare l'improbabilità del mezzo. Ponendo in essere una sorta di alienazione della tv consumata all'interno della tv. La stessa che attraversa come un filo conduttore la sua storia d'autore, da Drive in a Lupo solitario, passando per Matrijoska, L'araba fenice e Odiens. Tutti varietà in cui il piccolo schermo è parodiato, sbeffeggiato, smontato, dissacrato, rappresentato come un'antologia di ridicole macchiette. Sullo sfatare l'immagine che la tv da di sé, Ricci ha costruito la sua - lucrosa - carriera di antitelevisivo di successo. Una sorta di serpe in seno che il piccolo schermo ha nutrito - e continua a nutrire fino a renderla quasi bulimica - con la superficialità di certa informazione e gli scivoloni degli altri programmi, o prendendo a prestito alcuni suoi stereotipi (vedi alla voce veline) ed esaltandoli come archetipi dei tempi moderni. Lui non è il meglio della tv, piuttosto - ridendo e scherzando - ne rappresenta il lato oscuro, tant'è che - parodiando una frase che il nostro cita in questa intervista - verrebbe da dire "beata quella tv che non ha bisogno di Ricci".
Allora Ricci. Una mostra alla triennale di Milano, un catalogo curato dalla Electa e decine di servizi sui giornali che festeggiano i primi 20 anni di Striscia". Non è un tantino preoccupato? Di solito in Italia si è soliti celebrare più la bravura dei morti, che dei vivi.... Lei come si sente? "Essendo già morto da vent'anni, vivo questo anniversario come fosse un battesimo, una reincarnazione. Perciò sto benissimo. Chiaramente il pericolo - che lei in maniera anche un po' "gufarola" insinua - esiste, ma ci siamo premuniti per fare in modo che non si trasformasse in qualcosa di monumental-celebrativo. Viviamo l'evento come una sorta di ballo delle debuttanti".
È curioso come a ogni compleanno di "Striscia", ci sia la corsa a complimentarsi. Ambrose Pierce sosteneva che "congratularsi vuol dire esprimere con garbo la propria invidia". Ci sono state congratulazioni, diciamo così, "pelose"? "Non so se queste congratulazioni siano sincere, ma ho necessità di pensare che lo siano, perché vanno a bilanciare una situazione legale piuttosto pesante, su di noi pendono circa 200 querele. Perciò gli auguri fanno piacere".
Chi paga le vostre spese legali? "Per fortuna, dato che ormai affidarsi alla giustizia italiana equivale a giocarsi un terno al lotto, finora abbiamo sempre vinto. Siamo seguiti dall'ottimo ufficio legale di Mediaset che, vista la mole di lavoro, stiamo pensando ormai di assorbire all'interno della nostra struttura redazionale! Al quale affianchiamo anche nostri avvocati: in caso di perdita, saremmo responsabili in solido con l'azienda. S'immagina cosa non avremmo potuto fare se a pagare fosse stata solo Mediaset?".
Da buon comunista, lei avrebbe potuto realizzare un sogno: l'esproprio proletario ai danni di Mediaset. Tanto pagava Piersilvio... "Sarebbe stato stupendo".
Non si era detto che avreste dovuto fare quattro prime serate celebrative del ventennale per Canale 5? "Io non l'ho mai detto. Penso fossero solo trappole per gli inserzionisti; da quando gli ascolti su Canale 5 vanno meglio, non ne ha più parlato nessuno. È normale".
Un pronostico: quanto durerà "Striscia"? "In teoria sarebbe immortale. Fintanto che esisterà un tg o il mondo, Striscia avrà un senso. Potrebbero interferire però vicende umane: il crollo mentale di chi la fa o la fine per mano giudiziaria. Con la mole di cause che ci ritroviamo...".
Cos'era "Striscia" e cosa è diventata? "Ha subito mutazioni importanti, dovute anche a fattori tecnici. Già al primo anno, ci siamo messi nei casini, perché trasmettemmo una telefonata del giornalista Rai Volpe che non avremmo dovuto. Per cui si capì subito che la cosa non era normale. Nel secondo anno, c'è stato lo scoop del Festival di Sanremo, quando abbiamo anticipato i nomi dei vincitori Pooh, Cutugno, Mietta-Minghi. Che ci permise di colpire un evento fino ad allora intoccabile, e allo stesso tempo di guadagnare fiducia e credibilità presso il pubblico. Ma il cambio di marcia è stato internet: nel '96 abbiamo aperto un sito sperimentale curato dall'università di Genova (siamo stati i primi), da allora la qualità delle segnalazioni, rispetto alle vaghe telefonate e ai fax, è cresciuta. Oggi ne riceviamo almeno un migliaio al giorno, con documentazione annessa, perciò è più immediato verificare i fatti. La partecipazione del pubblico è diventata più diretta, ma la mission è rimasta la stessa anche dopo il trasloco da Italia 1 a Canale 5. Un cambio importante è coinciso anche con la nascita del Tg5, che ci ha tolto dall'obbligo di rispettare l'impaginazione gerarchica delle notizie, lasciandoci liberi di partire per la tangente".
Trasformandovi in battitori liberi. "Sì, abbiamo puntato più su notizie e servizi nostri. E i momenti di crisi si sono trasformati in stimoli di crescita. Sa, vincere sempre annoia. Il periodo più nero è stato col Karaoke di Fiorello su Italia 1. Le ho provate tutte. Così, quando lui ha lasciato al fratello, avendo verificato che c'era spazio per il pubblico giovane, ho inserito Iacchetti, che all'epoca era - diciamo così - più giovanile. Ho cambiato completamente il tipo di veline e fatto in modo che nessun conduttore sposasse completamente il programma. La stessa competizione con Affari tuoi è servita a rendere la trasmissione più omogenea, con nuovi inviati e autori, più rubriche".
Interviene spesso per aggiustare "Striscia": la sua sembra una partita a scacchi con il palinsesto, la concorrenza, quello che precede o che segue. E poi ha un'attenzione spasmodica per gli ascolti. "Perché sono il metro con cui viene misurata Striscia. Sono l'unica nostra difesa. Perciò, anche se sono finti, dobbiamo stare molto attenti. Anche a far rilevare che rispetto alla concorrenza di Affari tuoi, che va a sollecitare un tipo di pubblico più anziano, distratto, più passivo, la nostra platea è invece quella che più interessa la tv commerciale".
Però "Affari tuoi" continua a reggere. "Regge su quel tipo di pubblico, mentre si può discutere sulla correttezza dei sistemi sui quali si regge".
Ovvero? "Pacchi con i premi più alti portati insistentemente fino alla fine. Nessun produttore al mondo rischierebbe quella somma ogni sera, sarebbe un pazzo, a meno che non faccia leva su altri sistemi".
Con Endemol (la società che produce "Affari tuoi", ndr) non corre buon sangue. Ma quando ha saputo che Mediaset l'aveva comprata, che effetto le ha fatto? "È vero non siamo amici, ma noi facciamo spesso favori a Endemol. È capitato anche di recente che Arbore desse buca a Fazio, e che noi gli mandassimo Iacchetti. Non ci sono ripicche, è comprensibile però che ognuno, al momento opportuno, faccia i propri interessi. L'effetto immediato dell'acquisto da parte di Mediaset è stato che si poteva pensare che non avremmo detto più nulla su di loro. E invece non è cambiato niente".
Nel periodo delle polemiche con "Affari tuoi", si è ipotizzata la chiusura di "Striscia". Lei stesso la temeva. Era per esorcizzare questa eventualità oppure ha avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di più concreto? "Era un rischio reale. Noi abbiamo tre tipi di nemici, e dico tre perché al momento mi vengono in mente solo questi, ma sono molti di più. Quelli che vogliono il nostro spazio, e a questo sono interessate soprattutto le società di produzione. Siamo ritenuti potenti perché non riescono a buttarci giù. Ma siamo uno contro cento. Quando sento, per esempio, uno come Marco Bassetti di Endemol dire che siamo potentissimi, mi vien da ridere perché noi abbiamo una trasmissione, loro quaranta. È normale poi che le tentino tutte per destabilizzarci. Poi c'è la gente che ci attacca per motivi promozionali, colpendo noi fanno pubblicità a se stessi, e poi ci sono quelli con cui abbiamo avuto un conflitto perché magari sono stati citati in trasmissione; ma a questi, dopo un po', passa. E poi, me n'è venuto in mente un quarto, c'è la categoria dei "tromboni", cui stiamo sulle scatole per partito preso, di solito è gente che si prende molto sul serio, che s'inalbera quando c'è aria di antiretorica".
Tra questi includerebbe anche i giornalisti? Ha avuto parole di fuoco per la categoria. "Era inevitabile che certi tromboni si sentissero punti sul vivo per le nostre provocazioni. Se Striscia fosse fatta da giornalisti, potrebbe scattare l'invidia, ma siccome a fare il loro mestiere ci sono un pupazzo, uno con uno sturacessi in testa, un belloccio, le veline che ballano sulle scrivanie, questo li fa andare fuori di testa".
"Striscia" è nata come contraltare del modello Vespa. Tuttavia, in seconda serata, la sua è un genere di informazione che continua a vincere. "Nettamente, il modello Vespa è il rito, la messa cantata. Anche Mentana si è un po' "vespizzato", però non glielo si può dire, perché si adombra. Secondo me, si sono invece formati come dei vasi comunicanti. La mia mente non è lucidissima, a volte vivo come un sogno in cui ho delle visioni, che anche altri però mi confermano".
E cosa vede? "Vedo sparire i nei a Bruno Vespa e li vedo comparire a Mentana... Un altro vespizzato è Fabio Fazio: un Bruno Vespa de 'noartri che viene dalla Liguria, quindi al risparmio. Se dovessi fare una sintesi di cosa è cambiato in questi vent'anni, direi che ho visto Vespa diventare Macario e gli altri giornalisti darsi al varietà".
Ha definito quella dei tg la vera tv deficiente. "Deficiente in quanto mancante. Identificato il telegiornale come momento serio attraverso il quale la tv chiede e ottiene autorevolezza, il nostro obiettivo è stato quello di scompaginarne l'immagine: svelarne i taroccamenti, la superficialità, togliergli l'aura di 'bocca della verità'".
Ma non trova sconfortante che oggi chi desidera denunciare un illecito qualsiasi, si trovi spesso a minacciare "ti mando Striscia"? "Certo".
Ciò la lusinga? "Lavoriamo per renderci più incredibili possibile, perché il più grande rischio che corriamo è di trasformarci in maestri. A noi non interessa rappresentare la verità, ma generare il dubbio, per spingere la gente a ragionare. Va bene che ci utilizzino anche per scopi abietti, l'importante è che si inneschi una dialettica: non si tratta del solito tg a senso unico. È paradossale che ci si rivolga a un Gabibbo per risolvere un problema. Brecht diceva "beato quel popolo che non ha bisogno di eroi"; noi invece non riusciamo neanche a fare a meno dei pupazzi...".
Tra i vizi della tv c'è l'eccessivo ricorso all'autoreferenzialità. E i suoi programmi non ne sono immuni; ma lei sostiene di farlo perché, così facendo, "trivella il sistema": vuole smontare la tv, cercare di rendere il più inoffensiva possibile questa arma letale. "Vengo da una generazione - quando Vespa era ancora in bianco e nero - convinta che con un falso televisivo ci avrebbero fatti andare in piazza, e che una volta lì saremmo stati ammazzati tutti: un'enorme strage in stile colpo di Stato sudamericano. Sono cresciuto con questa immagine allarmante. Era naturale che maturasse in me l'idea di smontare il mezzo con l'arma dell'antiretorica, senza considerarmi per questo il salvatore del mondo o della tv, quanto il dispensatore di una semplice cura omeopatica. Che però funziona, se sempre più gente la guarda in maniera critica".
Quindi, la sua è una televisione che istruisce e diverte. Eppure mi trovo d'accordo con Edmondo Berselli quando scrive che è più piacevole il Ricci irresponsabile, anziché il pedagogo di massa. "In realtà la mia vera natura è salvifica, io sono un santo. Legga le vite dei santi, sono molto interessanti, irraggiungibili ma edificanti".
Qual è il suo preferito? "San Tarcisio martire: un fanciullo che venne sgranocchiato da un leone... È evidente però che tutta la storia della pedagogia va superata attraverso l'ironia, la presa in giro. Anche a dispetto di situazioni paradossali in cui un ministro come Rutelli arriva a dire: "noi queste norme le approveremo, ma non certo perché ce l'ha detto il Gabibbo". Questo le pare meno sconfortante?".
Altro che santo, basta leggere certe sue dichiarazioni per rendersi conto di quanto sappia essere aggressivo. "Mi creda, il più delle volte sono provocato. E poi i giornalisti di solito riassumono i concetti riportando solo le mie frasi a effetto".
Però ha ammesso di avere esagerato in autodifesa. "L'ho detto solo una volta, per depistare. Getto fumogeni. Sostanzialmente sono un travestito".
Il Tg1 ha dato notizia dei 20 anni di "Striscia". Pensa che fra 15 anni il Tg5 farebbe altrettanto per "Affari tuoi"? "No. Ma parlando di cose più serie, anche a noi è capitato di fare gli auguri a qualche programma Rai, per esempio, a Blob. Riotta si è semplicemente smarcato rimediando a un atteggiamento del Tg1 che sfiorava il ridicolo: a volte, come nel caso dell'arresto di Vanna Marchi o in quello di Pizzighettone, pur di non citare Striscia, si incartavano in ricostruzioni talmente goffe e avventurose da perdere ogni barlume di credibilità".
Del Noce non l'ha vista allo stesso modo. "Del Noce ha un modo di vedere le cose che spesso non coincide con il regolare flusso della vita".
"Veline" e "Velone" possono essere considerati spin-off di "Striscia". "Paperissima" e "Cultura moderna" ne sono parenti prossimi. Oltre lei, qual è il comune denominatore che li unisce? "Fanno parte della stessa maniera di concepire la televisione. Paperissima nasce perché esisteva Premiatissima, trasmissione dove c'erano tutti gli attori belli, garbati, perfetti. A me invece interessava quello che gli altri scartavano: mettere l'errore al centro dell'interesse è un modo di vedere il mondo. Cultura moderna nasce da una constatazione: in televisione si può fare cultura? Secondo me, no: essendo un mezzo che parla senza, almeno al momento, interagire col pubblico è inadatto a produrre cultura. Al massimo è in grado di stimolare consigli per gli acquisti culturali. Nel momento in cui comprendi che non è la ricerca della verità ma l'esibizione l'unica cosa che conta in tv, ecco che hai Cultura moderna. Dove c'è una verità nascosta in una cabina che devi scoprire, e lo fai esibendoti e guadagnando degli stimoli culturali. Ma quando li devi mettere a frutto per scoprire la verità, chiunque arrivi lì è interessato solo alla sua esibizione, perciò quando si tratta di fare domande, di ragionare, la telecamera, le luci, la platea funzionano praticamente come una lacca per i neuroni".
Ed è sempre così? "Sì. Anche a Ballarò si vede solo gente impegnata a esibirsi: vanno lì per farsi vedere, non per accettare o capire le ragioni degli altri, è una ripetizione di luoghi comuni ai quali ognuno contribuisce col proprio pregiudizio. Un confronto che non sia esibizione non è televisivo: piuttosto si cerca lo scontro".
I programmi hanno una vita media? Oggi si insiste molto sull'eccessivo sfruttamento di determinati format. Di "Paperissima" lei si è detto sicuro che l'ultima edizione sarebbe stata un successo perché è un programma vecchio. "Più che vecchio, Paperissima è un classico che noi salvaguardiamo accuratamente. Perché è un programma di cui facciamo poche puntate ogni due anni, e solo quando siamo certi di poter assicurare una certa qualità nelle gag e negli ospiti. È l'unico varietà che viene ancora registrato, risonorizzato - cosa che non fa più nessuno, perché comporta costi e rotture di scatole - e nel quale vengono inseriti effetti grafici e sonori".
Ho letto che farà un nuovo programma con Mammuccari. "L'ho letto anch'io; è un pettegolezzo. Non mi stupirei se l'avesse messo in giro lo stesso Teo: non sarebbe la prima volta".
Quanto costa "Striscia" e quanto fa guadagnare a Mediaset? "In media costa 100mila euro a puntata. E fa guadagnare quanto le trasmissioni di quella fascia oraria, su RaiUno come su Canale 5. Non c'è differenza, perché si tratta di una fascia pregiata per la quale gli inserzionisti fanno la fila. È questa la storia che spesso non è stata capita - o non si è voluta capire - dai miei discorsi. E cioè che gli ascolti in quel contesto sono esclusivamente una questione di immagine. È Del Noce che impazzisce a fare le gare".
Vanno capite le ragioni di un direttore di rete che ha anche problemi di traino, oltre a doversi salvare il posto... "Sono pure fantasie. Perché il terzo, la medaglia di bronzo, è troppo distante. Perciò, anche se il programma di RaiUno fosse un disastro, continuerebbe a fare il tutto esaurito in spot, perché RaiDue o Italia 1 non rappresenterebbero comunque un'alternativa altrettanto valida. La guerra furibonda che si è innescata è dovuta solo a una questione di immagine".
Ma nemmeno voi volete perderci la faccia. "Certo, perché altrimenti passeremmo per sfigati. I giornalisti che se la prendono con i programmi che fanno un milione e mezzo di ascolti - quando i loro giornali non raggiungerebbero quei numeri neanche in un mese - fanno la gara per buttarti la croce addosso. Per loro siamo finiti anche quando facciamo il 27% di share".
Forse perché in passato avevate invece una media del 30%. "Ma quegli ascolti continuativamente non li fa più nessuno. Sono cambiate le platee, i competitor, la controprogrammazione. Sono cose che un giornalista dovrebbe sapere. Chi conta quelli che guardano il programma sul computer in replica o registrato?".
Sbaglio o sulla pubblicità ha avuto atteggiamenti un po' contraddittori? Da una parte, ha sostenuto che è solo grazie alla raccolta che riesce ad assicurare a Mediaset che viene lasciato libero di fare quello che vuole. Dall'altra, nel suo programma "Odiens", era arrivato a inserire una citazione di Godard in cui sosteneva che la pubblicità è il nuovo fascismo. "La forma di fascismo alla quale mi riferivo è quella della televisione che parla per slogan. Per il resto, il fatto di non essere legato a uno sponsor in particolare, di poter cambiare in continuazione i finanziatori del mio programma e di poterli - nel caso - attaccare, è per me una garanzia di libertà".
C'è chi dice che oggi in tv non si faccia innovazione perché la pubblicità tende a imporre un minimo comune denominatore. Che non le piaccia rischiare sulle novità. Tuttavia, sullo scorso numero di "Tivù", Luca Vergani, direttore generale di Mediaedge:cia, il più importante centro media italiano, ha dichiarato che non sono loro a chiedere che si facciano sempre gli stessi programmi. Che sarebbero disposti a investire anche sulle novità, purché altrettanto valide. "Il nodo innovazione-pubblicità è una questione seria, collegata indissolubilmente al sistema di rilevazione degli ascolti adottato da Auditel. Un sistema tarato verso il basso che costringe a rincorrere quella parte della platea televisiva più conservatrice e meno interessante, sia sotto il profilo dell'appeal commerciale, sia sotto il profilo della creatività".
È lo stesso sistema che ha consentito a lei di fare i suoi programmi e di avere successo. "Con altri sistemi il successo sarebbe stato ancora maggiore. E poi noi siamo ormai un treno in corsa, una - non vorrei che portasse sfiga dirlo - gioiosa macchina da guerra... Penso piuttosto alle cose nuove che devono nascere, che devono anche vivere i loro momenti di crisi per poter crescere. Cosa oggi impossibile, perché si guarda al risultato immediato, falsato da un sistema di rilevazione obsoleto: si deve essere vecchi per funzionare con questa Auditel".
Mediaset rappresenta un terzo di Auditel, avrebbe potuto... "Ci hanno timidamente provato e come al solito, secondo me, se la sono giocata male: quando hanno chiesto che fosse ufficializzata perlomeno la categoria del target commerciale, sono stati aggrediti".
Comunque, i centri media hanno al loro interno delle divisioni dedicate alla ricerca in grado di valutare autonomamente la qualità degli ascolti. "Ho paura che sia un'attività fittizia: uno si convince di una cosa, e gli altri lo copiano. Altrimenti non si spiegherebbe perché, faccio un esempio per assurdo, se sono la signora Coca Cola, per investire all'interno di una trasmissione, mi basta sapere che ha una platea di 5mln di telespettatori. Solo che, se poi si va a guardare meglio, si scopre che è tutta gente che al massimo beve la Spuma e che non berrà mai la Coca Cola perché gli viene l'acidità di stomaco. È un'enorme bolla: delle 5mila famiglie che vengono rilevate dall'Auditel, 3mila probabilmente non escono di casa da 25 anni...".
Torniamo a lei. Che tipo di contratto la lega a Mediaset? "La mia società, la Copi, ha un contratto rinnovabile di anno in anno. Si occupa dell'aspetto autorale del programma, gli stessi uffici in cui lavoriamo sono presi in affitto da Mediaset: non ci piace essere ospiti in casa d'altri. E le dirò di più, non è un contratto di esclusiva; quindi, volendo, potrei lavorare anche per la Rai".
Lo farebbe anche per 274mila euro lordi all'anno? "Scherza? Quando l'ex presidente Zaccaria mi contattò, chiedendomi quanto sarei venuto a costare, gli risposi che la mia gioia era tale che l'avrei fatto anche "aggratis". Le uniche condizioni che ponevo erano che mi facesse mettere le mani nell'archivio Rai, e che lui si mantenesse a debita distanza dai miei studi: a quel tempo non c'era programma in cui lui non si facesse vedere. Non l'ho più sentito".
A Dipollina di "Repubblica" ha dichiarato che in Rai c'è gente perbene, professionisti umiliati dalla Rai svenduta ai produttori esterni, con tramagli su cui si indagherà davvero tra 10 anni. Cosa sono questi tramagli? "I tramagli sono una speciale rete da pesca. Riferiti alla Rai, e con questo non voglio dire che non debba più collaborare con i produttori esterni, ma che all'interno di quella azienda - dove ho lavorato per molti anni - c'è tutta una serie di professionalità di alto profilo che sono sottoutilizzate, maleutilizzate, umiliate appunto".
A "l'Unità" ha invece detto che quelli di destra non solo non sanno fare satira, ma non sanno fare neanche televisione, non sanno fare cinema, praticamente non sanno fare niente. Che i comunisti sono gli unici capaci. E come la mette con Silvio Berlusconi? Lui è stato capace di creare la televisione commerciale... Comunista anche lui? "Lui è stato bravo a usare i comunisti. Se pensa a tutti quelli che hanno contribuito al successo dei canali Mediaset, sono in gran parte di sinistra. Perché nel mondo dello spettacolo sono tutti comunisti; anche quelli che non lo sono fanno finta di esserlo".
Per lei Emilio Fede è un baluardo della sinistra perché, finché potrà andare in onda, a sinistra si potrà gridare allo scandalo. Lo stesso si dice di lei - o delle Iene - esattamente per la medesima ragione. Si sente un po' il Fede del centrodestra? "Sa, la storia delle "foglie di fico del Cavaliere"... Le rispondo leggendole un esaustivo passo del mio libro Striscia la tv, alla voce "Consigli agli autori": "essere pronto a subire due accuse assolutamente contrastanti e incredibilmente coesistenti: a) "Tu sputi nel piatto dove mangi". Bisogna rispondere che lo si fa per rendere più gustosa la pietanza e che comunque quel piatto è destinato ad altri; b) "Sei la foglia di fico". A questa vile insinuazione, sibilata per lo più da impotenti invidiosi, bisogna ribattere di non essere foglia, ma fico, mostrando le cicatrici, vere, delle lotte sostenute. Con l'autunno portato dall'integralismo del muro contro muro, le foglie di fico sono cadute tutte, non se le può più permettere nessuno".
(di Linda Parrinello - ha collaborato Eliana Corti/Tivù, dicembre 2007)