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Strage di Capaci, 30 anni senza Giovanni Falcone: cosa rimane oggi

Il 23 maggio 1992 una bomba piazzata sull'autostrada Palermo-Mazara del Vallo all'altezza di Capaci esplode uccidendo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Sono le ore 17:56 e 48 secondi di un sabato pomeriggio assolato. Per compiere quella che è stata soprannominata la Strage di Capaci sono stati utilizzati 500 chili di tritolo, nitrato d'ammonio e T4, abbastanza per far saltare in aria non solo le vetture su cui viaggiavano il magistrato e i suoi accompagnatori, ma anche un intero tratto di A29. 

Un attentato pianificato nei minimi dettagli, in modo che fosse impossibile fallire. Secondo quanto riferito poi dai collaboratori di giustizia, da anni si parlava di uccidere Giovanni Falcone. Lo stesso Giovanni Brusca, organizzatore ed esecutore dell'attentato, rivelò che il giudice era già nel mirino della mafia dal 1983, cioè da quando venne costituito il celebre pool antimafia a Palermo.

L'assassinio fu rimandato diverse volte, finché nel 1989 non venner organizzato un primo attentato - poi fallito - nei pressi della villa sul mare che Falcone aveva affittato per l'estate. I propositi di uccidere Falcone si fecero ancora più decisi quando Tommaso Buscetta iniziò a collaborare con la giustizia.

A decidere le sorti di Giovanni Falcone, come ormai è ben noto, fu Totò Riina, capo del caln dei corleonesi, soprannominato Zu Totò e successivamente condannato a 26 ergastoli. 

 

 

 



"Senza un metodo non si capisce niente" soleva dire Giovanni Falcone e forse anche per questo, quello che lui e Paolo Borsellino applicarono, venne riconosciuto come "il" metodo per dare la caccia alla criminalità organizzata. E per farlo hanno potuto contare su un impianto di leggi approvate proprio un anno prima della morte dei due giudici, dopo la quale altre leggi sono state approvate. Tra queste l'art.4-bis dell'ordinamento penitenziario, il cosiddetto ergastolo ostativo, anche noto come "fine pena mai". Una misura tornata agli onori della cronaca negli ultimi anni per via della questione di legittimità sottoposta alla Corte Costituzionale.