Il portale Treccani.it pubblica una definizione del Gabibbo, personaggio iconico di Striscia la Notizia, creato da Antonio Ricci: «Una sorta di Arlecchino postindustriale che non ride più del padrone ma di sé stesso: una figura che non deride più il potere ma finisce per incorporarne i meccanismi, restituendo l’immagine di un pubblico indignato, moralista e impotente». L’analisi è a firma di Giovanni Padua ed è apparsa su Il Tascabile, “una rivista online a vocazione enciclopedica e una scuola di scrittura”.

Padua approfondisce l’etimologia del nome. Nelle orecchie dei genovesi rimbalza frequentemente una parola, annunciata con un’aspra acca: “Habibi”, “Amato”. È il nome di battesimo più comune nel porto di Massaua e alla lunga, per i marinai Italiani ogni eritreo diventa “Gabibbu”, l’adattamento dialettale, in salsa zeneize, della patronimica locale. Il gabibbo viene descritto come “un briccone disimpegnato”, “un sabotatore di superficie”, un buffone ormai del tutto inserito nelle logiche del palinsesto, dentro il quale Striscia la notizia occupa una posizione liminale, sospesa tra informazione e intrattenimento, giornalismo e spettacolo».

Come riporta anche l’agenzia Ansa, Giovanni Padua ripercorre nel suo articolo la genesi e l’evoluzione del termine, che «assunse una valenza spregiativa, evocando una “catena concettuale deformata, razzista, paternalista e classista” da cui nasce appunto il personaggio di Ricci: la sua voce, il lessico deformato, il “grammelot barbaro” e la sua fisicità grottesca diventano gli strumenti di una televisione che mette in scena il moralismo nazionale e insieme lo svuota, riducendolo a gesto automatico. Al pari di una maschera della commedia dell’arte, il Gabibbo appare come uno stereotipo che coincide con la propria stessa parodia.

Il Gabibbo, nato il primo ottobre 1990, è «sempre pronto a imbufalirsi, come il suo pubblico comodamente assiso sul divano. Lancia strali e maledizioni quando vede gli sbandati, accampati nei pressi delle stazioni ferroviarie, o quando il politico si rivela un ignorante qualsiasi, incapace di rispondere a un quizzone di cultura generale, mentre esce sovrappensiero da palazzo Chigi. Deride i ritocchi dei famosi, li chiama mostri, commenta sarcastico vecchi filmati anni Ottanta-Novanta, tragedie domestiche, come una festeggiata che prende fuoco soffiando sulle candeline, scherzi di cattivo gusto, ma anche veri e propri incidenti. Il Gabibbo – prosegue Padua -, che ha letto La poetica di Aristotele o Il nome della rosa, ride di tutto, basta un effetto sonoro cartoonesco, e anche il paese che va in fiamme diventa occasione di acido giubilo» (…).
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