Antonio Ricci è un provocatore seriale, un fabbricatore di televisione ad alto coefficiente di share, un nemico spiacevole se te lo ritrovi contro ma anche un uomo leale e dolce se decide così. Un potente dei tempi post-post-moderni. Un vampiro attratto da ciò che stimola e stride con la sensibilità propria e altrui.
Alla conferenza stampa per la nuova stagione di “Striscia Ia notizia”, la trentaquattresima su Canale 5, ha lapidato a colpi di battute Massimo Boldi, reo di essersi accreditato come inventore del tg satirico. Poi ha virato sulla battaglia che ha combattuto e vinto con il Covid. Infine è salito sulla barricata che gli sta più a cuore: quella opposta al politically correct.
«Mi offende nel profondo», ha detto. «Appartengo a un movimento religioso che prevede la satira e non potete andare contro ciò in cui credo». Una dichiarazione di guerra che merita di essere approfondita. Appuntamento dunque a Mediaset, Cologno Monzese, nel bunker di “Striscia”. Una palazzina con tetto a strisce rosse e bianche circensi dove ci diamo del tu come abbiamo sempre fatto. La scorciatoia per rovesciargli addosso domande su tv, politica e stroboscopiche mascalzonate che ha combinato nel tempo.
D’accordo, il politically correct è la cifra ipocrita di una stagione senza coraggio. Ciò detto è difficile immaginare qualcosa di più correct della coppia che hai scelto per la conduzione di “Striscia” in corso: Vanessa lncontrada, splendido scudo anti-polemiche come icona del body positive, e Alessandro Siani, maestro ammiccante del cinema di cassetta.
«Vero. Però così dev’essere: servono conduttori corretti per lanciare contenuti scorretti. Anche perché l’alternativa, nella mia mente perversa, sarebbe quella di coinvolgerli in un vortice di provocazioni efferate. Tipo fargli mangiare il cagnolino che scorrazza davanti alle telecamere. Non mi pare il caso».
Non buttarla sul grottesco. Ammettilo: sei un cinico sfruttatore del consenso pop. Basti pensare alla retorica della rubrica sui vip fatti e rifatti, o alla vetrina dei nuovi mostri. Hai persino dato spazio agli chef italiani, come se non ce ne fossero già abbastanza in video. Non è il tripudio del conformismo?
«Sono chef innovatori, ma in effetti può esserlo».
Come “può esserlo”? Ti arrendi così facilmente?
«Al contrario: rivendico fino in fondo le mie scelte. Da una parte ci sono i momenti pop di “Striscia”, e dall’altra servizi come quelli dove Vittorio Brumotti mostra cosa succede nelle piazze di spaccio».
A parte la solidarietà a Brumotti per il pestaggio subito di recente: non è anche questo un esercizio demagogico? Il giorno dopo gli spacciatori tornano e tu hai portato a casa gli ascolti.
«È diverso. Noi non facciamo i poliziotti, poliziotti, ma documentiamo che a due passi dagli spacciatori ci sono le forze dell’ordine. Figure alle quali la gente chiede aiuto senza ottenere riscontri adeguati. So bene che dopo due ore dal passaggio di Brumotti i pusher riprendono
a vendere, ma almeno denunciamo l’impotenza di coloro che dovrebbero intervenire e li costringiamo ad agire. C’è da dire però che questa volta sono seguiti sequestri, arresti e operazioni massicce. Riappropriarsi del territorio è un’emergenza democratica».
Ti accusano di atteggiarti a tele-moralizzatore ma di essere in realtà la foglia di fico di Mediaset.
«In altri tempi ero più fico che foglia. Di certo sono un battitore libero. Altrimenti nella prima puntata della nuova stagione non avremmo attaccato le inefficienze di Dazn, considerando che Publitalia raccoglie la sua pubblicità».
Qualcuno si è risentito?
«Certo. Da Publitalia mi hanno detto: “Ma insomma… ma dai… sarebbe il caso di evitare…».
E tu?
«Ho risposto: “Ragazzi, io vado per la mia strada e voi per la vostra”. Della serie: noi creiamo problemi, voi risolveteli”. Parole che potrebbero piacere all’attore e imitatore Ubaldo Pantani. Ha dichiarato: “Il correct ti costringe a muoverti sui carboni ardenti, ma l’autocensura inconscia è ancora peggio».
Ti è capitato di arrenderti al diktat della correttezza?
«È successo con il caso della corrispondente dalla Cina Giovanna Botteri. Abbiamo fatto un servizio servile, politicamente correttissimo, per difenderla dagli haters che la criticavano per il suo aspetto in video. Ci siamo trovati in mezzo a una bufera perché è passata la fake news che l’avevamo attaccata».
Il tuo è stato visto come un trucco: attaccare qualcuno facendo finta di volerlo difendere.
«Magari. Chi ci attaccava non aveva visto neppure il servizio. La Botteri era stata nel mirino di altri comici, anche di Rai3. A lei, il cui ultimo servizio significativo risale a trent’anni fa, faceva comodo il processo di beatificazione. Siamo stati sotto scacco per tutto il weekend. Per invertire la rotta ho contrattaccato con un altro servizio, stavolta scorrect. A quel punto Botteri ha chiamato Michelle Hunziker, che era in conduzione, e ha detto che non soltanto non ce l’aveva con noi, ma nemmeno aveva visto il primo filmato».
Riassumo: hai sparato con i cannoni di “Striscia” contro una giornalista dell’azienda concorrente. Vediamo se sei altrettanto scorrect con i vertici dell’azienda che ti paga: cosa rimproveri a Pier Silvio Berlusconi?
«Siamo su posizioni completamente opposte».
In che senso?
«C’è una differenza sostanziale tra ciò che teorizza e quello che manda in onda. Quando ci parli assieme dice che vuole una televisione non caciarona, diciamo un po’ modello Toffanin. Poi guardi lo schermo e trovi dell’altro. Ma non è questo il peggio. Il peggio è che invece di spassarsela, di combinare casini da milionario qual è in quanto figlio di Silvio, resta qui, nella ridente Cologno Monzese, a lavorare una quantità assurda di ore. Glielo dico sempre: divertiti, Piersilvio, goditela, strafogati. Non spendere le tue energie a fare il padre di tuo padre».
Chissà il suo entusiasmo nell’ascoltarti.
«Si limita a dire “Ma no, ma no…».
Fatto sta che nella sua Mediaset e nella tua “Striscia” le polemiche sono sempre le stesse. Ogni anno ballano le Veline e sei sommerso di improperi in quanto vetero-sessista.
«È merce da paleolitico, questa polemica delle Veline».

È merce da paleolitico che insisti con le Veline.
«Finché ci sono totani che abboccano, questa provocazione è attuale. La nostra mission impossible è smascherare l’ipocrisia del mondo. I giornalisti non possono attaccare le modelle perché la moda per la carta stampata è fonte primaria di vita. E allora sono costretti a prendersela con le Veline. Non devo neppur mettere le reti, mi saltano direttamente in barca».
Non ti ha dato fastidio, a proposito della formosa statua della Spigolatrice di Sapri, che sia stato usato l’aggettivo “velinesca”? Ormai è un dispregiativo.
«Certo, perché “velina” è un termine encomiastico?».
Ma ti piace la statua della Spigolatrice?
«Ho altri gusti artistici. Comunque mi scandalizzano più le facce dei culi».
A proposito di corpi. Quanto è stata condizionata l’etica della televisione dalla rivoluzione MeToo?
«Oggi i maiali devono stare più attenti».
E l’estetica della tv, ha saputo adeguarsi?
«Non trovi più le antiche parate di tette e sederi. Ma è un discorso di retroguardia, dal momento in cui Internet offre qualunque corpo in qualunque azione sessuale».
Nell’insieme la televisione ha ancora la forza di suggerire comportamenti e consumi?
«Ha perso la sua centralità, ma può continuare a esprimere una propria visione attraverso personaggi credibili che offrano le proprie competenze al pubblico. Noi di “Striscia”, per dire, abbiamo Marco Camisani Calzolari che spiega le complessità del mondo digitale. Bisogna essere construens, oltre che destruens».
Quanta saggezza … Sei pronto per traslocare al servizio pubblico.
«Beh, io faccio servizio pubblico, mentre la Rai fa i giochetti. Ma non mi chiama».
Se ti chiamasse ci andresti?
«Non ho mai firmato un’esclusiva con nessuno. Pensa che quand’era presidente della Rai Roberto Zaccaria (1998-2002, ndr) ci siamo parlati al Festival di Sanremo: chiese se sarei stato disposto a passare in Rai e gli risposi che avrei accettato a costo zero pur di scrollarmi di dosso questa rottura di palle di Ricci che fa il gioco di Mediaset. In cambio chiedevo solo l’accesso libero all’archivio Rai».
Sappiamo, nel 2021, che la trattativa è finita male.
«Non si è più fatto sentire. Ma non è stato questo a stupirmi. A colpirmi fu che Zaccaria chiese se fossi disposto a lavorare con chiunque».
In che senso?
«Voleva sapere se avrei messo veti come Fabio Fazio, che a suo dire aveva preteso l’esclusione di Piero Chiambretti dalla rete dove c’era lui».
Non è vero.
«Invece disse esattamente così. Misi in chiaro che a me degli altri non importava niente e la cosa è finita lì».
Nel frattempo la tv è invecchiata, tu stesso sei invecchiato, per noi tutti è passato il tempo e ci troviamo davanti all’enorme sfida mediatica di costruire un nuovo immaginario collettivo.
«Non a caso Raiuno ha schierato Alessandro Cattelan in prima serata. Ha fatto bene. È giusto sforzarsi di lanciare programmi per un pubblico più giovane».
Ma scusa: Cattelan, di certo talentuoso, è l’emblema del correct che non graffia neppure per sbaglio. Eppure tu, satana dell’anti-correct, l’hai difeso. Perché?
«Perché la strada è quella giusta. Dopodiché confesso che non ho visto la prima puntata del programma perché in contemporanea c’era la finale europea della pallavolo maschile, mentre della seconda ho visto il siparietto con Serena Rossi e mi è piaciuto».
Al di fuori della tv, l’urgenza di un nuovo immaginario riguarda anche la politica.
«Mi sa di sì, se c’è addirittura chi sostiene che esista un immaginario di Carlo Calenda».
Qual è?
«Forse quello delle calende greche. Per me Calenda, che non ho mai incontrato, è soprattutto il nipote del grande Comencini, con cui ho lavorato al film “Cercasi Gesù”. Conosco anche la mamma, di Calenda. Alla fine lo guardo con affetto».
Chi ha seri problemi, a proposito di immaginario, è Matteo Salvini. Il caso Luca Morisi, con festino a base di droghe ed escort gay, ha inferto un colpo letale all’epica machista e giustizialista?
«Sarebbe bello. Di pancia verrebbe da rispondere sì. In realtà poi tutto passa e si dimentica. Certo l’insieme di omosessualità, droga ed escort rom è stato un triplete pazzesco. “La Lega ce l’ha duro”. Sì, ma come e per farne che. Impossibile pretendere che non si infierisca».
Se è per questo c’è anche chi infierisce su Giuseppe Conte. La sua narrazione, dicono, è stata vincente durante la pandemia più tragica. Ora combatte con i guai delle amministrative e con la difficoltà di trasmettere l’entusiasmo della ripartenza.
«A dire il vero Conte ha iniziato a perdere colpi già da premier in pandemia. Prima tutti seguivano i suoi collegamenti, poi ha esagerato. Rai e Mediaset hanno capito che funzionava meno e lo spostavano durante la diretta su reti minori. È uno che si piace molto, troppo. Sessualmente è un auto-piacione. Parla come Dudù, la macchietta napoletana del Gagà».
Uno che non molla mai, va detto, è Matteo Renzi. Non lo turbano neppure le percentuali fragili che i sondaggi accreditano a Italia Viva. Lui ammette di incassare soldi da una fondazione saudita, lancia il referendum per abolire il reddito di cittadinanza, replica con sarcasmi e querele ai giornalisti. Perché è tanto scorrect?
«Perché è un boy scout toscano. Ammettiamolo: lo sgambetto che ha fatto a Conte è stato geniale. Solo che questo è un Paese che non premia la genialità. Però il gesto atletico resta e strappa l’applauso».
Anche il tuo amico Beppe Grillo, in questi anni, ha fatto parecchi gesti eclatanti. Lo hai sentito di recente?
«Sì. l’ho trovato in forma e combattivo».
È evidente quanto la mestizia della pandemia abbia reso obsoleta la politica dei “vaffanculo”.
«Beppe sta pagando soprattutto lo stridere tra la sua indole e la vicinanza con Conte. Red Bull contro Budino Mollo».
Secondo te la vicenda del figlio Ciro, rinviato a giudizio per presunta violenza sessuale, sta condizionando la sua strategia politica?
«Sono convinto, anche se Beppe non lo pensa, che abbia commesso un gigantesco errore reagendo con veemenza a chi attaccava il figlio. È stata la mossa che ha autorizzato i suoi nemici a scatenargli addosso la massima potenza di fuoco».
Un altro pianeta, rispetto a Enrico Letta.
«Letta è un democristiano nipote di democristiano. Un uomo che credo sia in buona fede. Il guaio è che gli manca quel carisma che spesso hanno i ciarlatani. Per questo lo vedo più nel ruolo dello sgambettato che in quello dello sgambettatore».
Chi potrebbe sgambettarlo, nella tua fantasia criminale?
«Il suo collega di partito: il rampante Franceschini. Un altro democristiano. Se non riuscirà a farsi eleggere Presidente della Repubblica, lui potrebbe fargli qualcosa di davvero malvagio».
Uno scenario complessivo che, malgrado l’inchiesta di Fanpage e i gravi fatti di Roma, aiuta a capire il consenso di Giorgia Meloni e del suo Fratelli d’Italia.
«Attaccano Giorgia Meloni dicendo che lei e il suo partito sono un ammasso di fascisti. E allora? L’Italia è un Paese profondamente fascista in tantissime sue manifestazioni».
Credi che Meloni possa diventare premier, prima o poi?
«No. Credo che debba dare una vera ripulita al suo partito. Ma andare contro natura è difficile».
Ti piacerebbe averla dietro al bancone di “Striscia”?
«No. Ci mancherebbe solo che i politici si mettessero pure a condurre».
Ma è ancora importante, per i politici, apparire in televisione?
«Pensano di sì. I talk somigliano sempre di più a un putridarium, con i politici seduti su sedili-colatoio per il deflusso dei loro liquidi cadaverici».
Chi è il leader che comunica meglio?
«Attualmente Mario Draghi».
Ma se si nega costantemente. È uno scomunicatore.
«Errore. Il suo messaggio subliminale è: guardate, italiani, tutti i politici sono continuamente nei salotti televisivi a perdere tempo e io invece sto in ufficio a lavorare per voi».
Hai detto di recente che Draghi ha ammazzato il dibattito mettendo tutti o quasi d’accordo.
«Li leggi i giornali? La maggior parte sono in posizione da Re Magi, con Draghi, preoccupati solo di donargli oro, incenso e mirra».
Meglio i battitori liberi, gli influencer?
«Meglio nel senso che contano molto. Lo capisci dalla prudenza impressionante con cui li tratta la stampa».
Ti riferisci alla coppia Ferragni-Fedez?
«Sono un vero potere forte. Resta da verificare quanto sapranno mantenere il consenso».
Come immagini Chiara Ferragni tra dieci anni?
«Senza Fedez. Lei una signorina borghese bien élevée, lui tamarrissimo: un maschio alfetta. Lei lo farà fuori versandogli una pozione nella Coca Cola e farà in modo che la colpa ricada su J-Ax».
Sei un terrorista. Ti penti, almeno, di qualcosa che hai fatto in questi tre decenni abbondanti di “Striscia”?
«No. Alla fine tutto è servito».
Perché sei infallibile o semplicemente senza coscienza?
«Perché non ho una coscienza, perché sono una bestia».
