Lia Pipitone fu uccisa dalla mafia nel 1983: aveva soltanto 25 anni. Desiderava poter decidere chi sposare e per questo si ribellò al patriarcato mafioso. Ma la reazione di suo padre fu questa: «Meglio una figlia morta che separata». Come racconta Stefania Petyx nel servizio del 22 ottobre 2024, la ragazza venne ammazzata da due sicari: suo figlio aveva 4 anni. Ancora oggi tra i residenti della zona quasi nessuno vuole parlarne.
La prima targa in suo nome venne dunque buttata, così come fu divelta la panchina in suo ricordo. Ebbene proprio la nuova targa che Petyx collocò nel quartiere Arenella di Palermo (quella di Striscia la notizia e di Libera) è stata “oltraggiata”, perché è coperta dalle insegne pubblicitarie di una pizzeria. Lo denuncia oggi il figlio Alessio Cordaro sulle pagine de la Repubblica edizione di Palermo.
«Mia madre uccisa di nuovo: ha vinto l’indifferenza» ha dichiarato Cordaro nell’intervista di Salvo Palazzolo: il figlio ricorda come la targa del tg satirico e di Libera fosse stata apposta sul muro, in quanto «il proprietario dell’immobile non ha mai dato il consenso alla sistemazione di una lapide. Ma poi perché stupirsi di un commerciante indifferente se poi lo Stato continua a non riconoscere mia madre vittima della mafia?»
La targa era appesa davanti al negozio in cui Lia Pipitone è stata uccisa dalla mafia, in attesa che ne venisse collocata un’altra, ufficiale, dalle Istituzioni. «Quante volte ancora deve essere uccisa mia madre?» si chiede per questo Cordaro.
Un altro dei focus di Striscia sull’argomento si intitolava “Targhe alterne: quelle in memoria delle vittime di mafia scompaiono mentre le altre nessuno le tocca“. Vediamo il servizio del 25 ottobre 2024:
Tornando all’intervista del figlio di Lia Pipitone, il giornalista Salvo Palazzolo scrive: Eppure i giudici di Palermo che hanno condannato i mandanti dell’omicidio, avvenuto nel 1983, hanno parlato del fastidio che il vertice della famiglia dell’Acquasanta e del mandamento di Resuttana avevano nei confronti di una giovane di 25 anni che voleva fare le sue scelte di libertà rispetto a un padre mafioso. E Alessio Cordaro risponde così: «Il ministero dell’Interno continua a ritenere che non ci siano i presupposti per un riconoscimento di mia madre come vittima della mafia. Perché era figlia di un mafioso». Una storia che ha dell’incredibile. «Dopo l’omicidio della figlia di un mafioso, Cosa nostra mise in campo un depistaggio di altissimo livello, per allontanare qualsiasi sospetto…».
Sul fronte dei processi «se si è giunti alla condanna di Vincenzo Galatolo e di Antonino Madonia lo si deve solo a me e a lei – conclude il figlio di Lia -. Il nostro libro, Se muoio sopravvivimi, pubblicato nel 2012, ha fatto riaprire le indagini. E oggi Lia Pipitone è diventata un simbolo per tutti quei ragazzi di periferia che vogliono liberarsi dall’oppressione della cultura mafiosa. Questo, i burocrati dell’antimafia non l’hanno ancora capito».


