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Ricci - Baglioni questo piccolo grande (dis)amore

«Baglioni? Non lo reggo: piaceva ai fasci» le dichiarazioni di Antonio Ricci sul direttore artistico del Festival di Sanremo sono finite su tutti i giornali. Eppure il giudizio del papà di Striscia la notizia su Claudio Baglioni è noto già da almeno 20 anni. Nel suo libro Striscia la tivù, del 1998, Ricci scriveva chiaramente quello che pensava del cantautore romano, niente di molto diverso da quanto sostenuto ieri. Ecco un estratto dal capitolo Quale programma?:
 
«Una vera e propria operazione di revisionismo e di mistificazione è avvenuta con Anima mia: gli anni Settanta, gli Anni di Piombo, sono stati stravolti e cancellati sotto tonnellate di melassa e buonismo veltroniano.
Cardine della rilettura, la mitizzazione del cantautore Claudio Baglioni: dopo il lifting facciale, anche quello dell’anima.
Trasformare Baglioni, uno che dai suoi pori ha sempre sudato «Baci Perugina», in una specie di sofferto intellettuale di sinistra deve aver dato a Freccero lo stesso abisso di goduria che provo io quando penso che il Gabibbo è diventato il giornalista più credibile d’Italia.
Impensabile, quasi sacrilego, vedere Baglioni che canta il Pueblo unido insieme agli Inti Illimani, mentre all’epoca del golpe in Cile sospirava «accoccolati ad ascoltare il mare». Verso osceno che ha fatto illanguidire giovanissimi non in grado ancora di intendere e volere, ma soprattutto ha fatto «accoccolare» i fasci più ribaldi, come La Russa, Gasparri e Storace, che giustamente si sono ribellati quando con l’operazione Anima mia la Sinistra gli ha scippato l’aedo.
«Mitico, mitico, mitico», squittiva Fabio Fazio.
«Incredibile, il grande Claudio ci ha cantato Heidi». Io mi sarei stupito e anche divertito se a cantare Heidi fosse stato Fabrizio De André. Baglioni e Heidi per me sono assolutamente omologhi: una ha «le caprette che fanno ciao», l’altro il «passerotto non andare via».
Fazio non era però in malafede: negli anni Settanta era troppo bambino per capire la differenza tra Barbapapà e Curcio. Anch’io, quando ho visto in La classe operaia va in Paradiso Gian Maria Volonté malmenare la Mucca Carolina, ho avuto un attimo di mancamento. Voglio dire che ognuno di noi si porta dentro le debolezze dell’infanzia.
Io la mia mucchina, lui Baglioni, con la sua faccia da vitello tonnato. Insomma per chiarire a Fazio chi era Baglioni negli anni Settanta e come veniva considerato, riporto un pezzo che facevo all’epoca nei cabaret.
 
Si tratta di una lettura psicoanalitica di Piccolo grande amore, dalla quale si evincono alcune caratteristiche inquietanti sul nostro.
- Voyeurismo. «Quella camicetta fina, tanto stretta al punto che immaginavo tutto». Che inutile fantasia morbosa. Cosa può immaginare Baglioni sotto quella camicetta? Due tette, al massimo tre.
- Pedofilia. «Quell’aria da bambina, io non gliel’ho detto mai però n‘andavo matto». Qui l’autore va giù piatto. E talmente assatanato che non prova nemmeno vergogna.
- Impotenza. «Questo piccolo grande amore» che viene ripetuto in maniera ossessiva, cos’è? Cos’è il «piccolo-grande» che «manca da morire»? Fuor di metafora è la dolorosa ammissione di evidenti problemi erettivi. Problemi confermati dalle parole della partner: «Mi diceva sei una frana». Dove per «frana» s’intende chiaramente roba che va giù. Un prolasso fisico.
- Esibizionismo. «E far l’amore giù al faro».
Tutti cercano di infrattarsi in posti bui: Baglioni no, vuole essere visto anche dalle navi».