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Quando Ambiente Ciovani ci presentava il granchio blu

Quando Ambiente Ciovani ci presentava il granchio blu

Quando Ambiente Ciovani ci presentava il granchio blu

Dopo l'annuncio dell'individuazione di una seconda specie nel Mar Adriatico, vi riproponiamo un servizio del 2021 in cui due giovani consulenti scientifiche di Striscia la notizia, Serena e Silvia, ci parlavano di come questi crostacei siano un rischio per la biodiversità, ma possano essere trasformati in risorse.

Sono passati ormai più di due anni da quando il granchio blu colonizzava, oltre al Mar Adriatico, anche un servizio di Striscia la notizia. All’epoca le due giovani consulenti scientifiche Silvia e Serena di Ambiente Ciovani ci spiegavano come la specie Callinectes sapidus arrivasse dal Nord America tramite le grandi navi e minacciasse la biodiversità. Nelle stesse acque italiane, secondo quanto annunciato dall’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IRBIM) di Ancona, è stato individuato il Portunus segnis, una seconda specie che ha già “occupato” tramite il Canale di Suez, i settori più orientali del Mediterraneo, con conseguenze inizialmente drammatiche per la pesca tunisina. «Oggi, però, è una delle risorse più importanti del mercato ittico per il Paese del Nord Africa grazie alla commercializzazione all’estero», spiega Ernesto Azzurro, dirigente di ricerca dell’Istituto. «Anche il granchio blu del Mar Rosso, come quello americano, trova il suo habitat ideale tra gli ambienti lagunari e il mare aperto e può sviluppare popolazioni con altissime abbondanze», conclude.

Il granchio blu mangia vongole e cozze

Il problema di questo crostaceo, come spiegavano Silvia e Serena di Ambiente Ciovani è che mangia di tutto: da ciò che trova sul sedimento, vongole e cozze comprese, a quello che nuota nell’acqua. E, come lamentano i pescatori rovinerebbe anche i loro attrezzi da lavoro. Già nel 2021 le consulenti scientifiche del tg satirico di Antonio Ricci consigliavano di fare quello che poi la Tunisia ha fatto: farli diventare una risorsa, mangiarli, così da tenere sotto controllo le popolazioni e, nel frattempo, portarli sul mercato.

 

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