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Clima, nessun Paese del G20 in linea con gli accordi di Parigi: la posizione dell'Italia

Nessuno dei Paesi del G20, compresa l’Italia è in linea con gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi. A dirlo è il report annuale Brown to green di Climate Transparency, rete internazionale di ricercatori e ambientalisti che ha preso in esame 80 indicatori differenti attraversando i settori dell'energia, della finanza sostenibile, dei trasporti e dell’edilizia cercando di tracciare gli sviluppi positivi o negativi dei singoli Paesi verso le tappe fondamentali per salvare il Pianeta. 

Da qui emerge che nessuno degli Stati membri del G20 è sulla strada giusta nella lotta all’inquinamento e al surriscaldamento globale. L’accordo sul clima del 2015, infatti, richiedeva un contenimento della temperatura globale entro i 1,5 gradi centigradi rispetto al periodo pre-industriale.

La maglia nera va all’Australia, ma anche l’Italia non è messa bene. Il report evidenzia, infatti, come il nostro Pese nel 2017 abbia erogato oltre 10.5 miliardi di euro di sussidi ai combustibili fossili (a fronte dei 3 miliardi sborsati nel 2008).

Nonostante gli sforzi per rispettare gli accordi di Parigi e l’Agenda 2030 di sostenibilità dell'Onu, da noi i combustibili fossili continuano a rappresentare il 79% del mix energetico del Paese.

Anche nel campo delle rinnovabili siamo ancora indietro se si considera che queste arrivano a toccare al massimo il 40% del mix energetico e – sempre stando al Brown to Green – mancano delle vere strategie per arrivare al 100%.

Secondo i ricercatori che hanno firmato lo studio, l’Italia dovrebbe tagliare le sovvenzioni ai combustibili fossili entro e non più tardi del 2025, potrebbe valutare l’applicazione di una carbon tax e dovrebbe rivedere il sistema dei trasporti cercando di abbassare le emissioni entro il 2050, magari favorendo strategie per ridurre la domanda di auto private in favore di trasporti pubblici, car sharing e mezzi non inquintanti.

Infine, conclude il report, sarebbe necessario lo sviluppo di strategie per la ristrutturazione degli edifici esistenti in termini di efficienza energetica e prevedere la creazione di "nuove foreste" come serbatoio green per contribuire profondamente a "rimanere entro il limite di 1.5° C".

I dati raccolti da Climate Transparency dovrebbero far riflettere e servire da volano per l’annuncio del Ministro dell’Istruzione Fioramonti di inserire i temi ambientali tra le materie d’insegnamento.

L’Italia sarà il primo Paese al mondo dove lo studio dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile diventerà obbligatorio dalle elementari alle superiori. Una notizia che ha fatto il giro delle maggiori testate internazionali, dal New York Times al Guardian alla CNN. Solo qui è passata un po’ in sordina, forse perché in pochi credono che davvero questa ipotesi diventerà realtà.

Lo stesso Fioramonti aveva lanciato l’idea già a fine settembre, nel mese delle manifestazioni per il clima. Al momento però non è chiaro se ci sarà una materia ad hoc o se l’insegnamento sarà inserito all’interno dei programmi di materie come scienze, geografia o educazione civica.

Come si legge su Wired, l’editoria scolastica italiana, in realtà, si era già portata avanti, inserendo i temi ambientali già in alcuni capitoli dei manuali di scienze a dimostrazione di come la scuola sia più avanti della politica.

La sensazione, comunque, è che si possa fare di più e che a doversi attivare ora siano anche gli adulti. I giovani, infatti, sembrano avere molta più cultura in materia e consapevolezza dei loro genitori o nonni. E i protagonisti della nostra rubrica “Ambiente Ciovani” ne sono una dimostrazione.